Ecco perché al referendum costituzionale di ottobre 2016 voterò NO!
Probabilmente in autunno verremo chiamati al voto per confermare o respingere la riforma costituzionale promossa dal governo. È una decisione che vorrei prendere razionalmente, esaminando la riforma nel merito ed evitando argomenti non pertinenti: comincerei perciò con l’escludere almeno due pregiudiziali che, se prese in considerazione, mi spingerebbero ad un voto negativo senza nemmeno informarmi sull’effettivo contenuto della riforma:

1. La riforma è stata proposta da un governo non eletto, e approvata da un parlamento non legittimato a farlo. È vero che il governo Renzi non è stato eletto (nessun governo italiano lo è, ma si può intendere in senso lato che questo governo non corrisponde né come programma né come composizione alle indicazioni uscite dalle urne). È vero anche che questo parlamento è stato eletto con una legge poi bocciata dalla Corte Costituzionale; dopo la bocciatura avrebbe dovuto ragionevolmente limitarsi a produrre una nuova legge elettorale conforme alle indicazioni della consulta e arrivare al più presto a nuove elezioni. Per di più, in questa legislatura un numero abnorme di eletti ha cambiato casacca (qualcuno ha contato oltre 350 cambi di gruppo, alcuni anche multipli!), con l’unico verosimile scopo di cercare di garantirsi una poltroncina anche nella prossima, e anche chi non ha cambiato casacca ha promosso e votato leggi in aperto contrasto con il programma presentato agli elettori. Detto ciò, in linea di principio niente proibisce che un delinquente compia una buona azione o che un’assemblea di basso profilo partorisca un progetto legislativo ben fatto; è il progetto legislativo che va esaminato, non chi l’ha scritto

2. Il presidente del consiglio sta cercando di trasformare il referendum sulla riforma in un referendum sulla sua persona; se accettassi questa visione voterei No anche ad una proposta eccellente, dato che aborro il giovanotto. L’errore è suo, e ne terrò conto nelle prossime elezioni, ma non ha niente a che fare con la bontà del progetto di riforma

ANALISI DEL PROVVEDIMENTO
Sgombrato il campo dagli pseudoargomenti, esaminiamo il progetto di riforma; sono ben 41 articoli, riassumo solo i punti più importanti, è probabile che qualche particolare mi sia sfuggito. Chi vuole approfondire troverà in allegato il testo integrale del progetto, con i richiami alla Costituzione vigente.

I) INTERVENTI SUL PROCESSO LEGISLATIVO
1)    Profonda modifica del Senato della repubblica (artt. 1÷26)
    a)    non sarà più elettivo: i membri saranno nominati dai consigli regionali, scegliendo fra gli stessi consiglieri e i sindaci
    b)    perde la facoltà di dare o togliere la fiducia al governo
    c)    perde competenza legislativa diretta, salve le eccezioni previste dall’art.10, che modifica l’art.70 della Costituzione; le eccezioni si trovano in una selva di rinvii ad altri articoli e commi che invito ad esaminare, comunque semplificando si tratta di leggi di tipo istituzionale, come le modifiche costituzionali. Per le leggi ordinarie mantiene la facoltà di esaminare (su propria richiesta) le leggi emanate dalla Camera, cui può proporre modifiche, che però la Camera non è tenuta ad accettare.
    d)    Si riduce a un terzo dell’attuale il numero di membri
    e)    Per i senatori non è più costituzionalmente prevista (art.9, che modifica l’art. 70 della Costituzione) un’indennità
2) Una regola per accelerare l’iter legislativo (art.12) di progetti di legge che il governo ritenga essenziali.
3) Modifiche alle leggi di iniziativa popolare (art.11): passa da 50.000 a 150.000 il numero di firme richiesto, si offre in cambio una futura modifica del regolamento della camera che dovrebbe garantire tempi e forme della discussione; si attribuisce poi al senato nel suo insieme (non a un singolo senatore) un’analoga possibilità di presentare alla camera un proprio progetto di legge.
4) Modifiche al sistema dei referendum, con l’introduzione (art.11) di referendum “propositivi e d’indirizzo” (sembrerebbero consultivi, non vincolanti, ma non mi è chiaro), e la variazione del quorum del referendum abrogativo (art.15), che se presentato con almeno 800.000 firme viene riferito non più al numero degli aventi diritto ma a quello dei votanti delle ultime elezioni politiche.

II)  TRASPARENZA
1) Art. 27: all’art.97 della costituzione si aggiunge, per i pubblici uffici, l’obbligo di trasparenza.

III) ABOLIZIONE DEL CNEL
L’art.28 abolisce il CNEL.

IV) ABOLIZIONE DELLE PROVINCE
L’art. 29 abolisce le province; non è definita la redistribuzione delle attuali attribuzioni (peraltro non di definizione costituzionale).

V) RIDEFINIZIONE DELLE COMPETENZE DI STATO E REGIONE
L’art. 31 modifica l’art.117 della costituzione:
1)    Si aggiungono alle competenze in esclusiva dello stato:
    a)    norme sul procedimento amministrativo e sulla disciplina giuridica del lavoro alle dipendenze delle amministrazioni pubbliche tese ad assicurarne l’uniformità sul territorio nazionale
    b)    disposizioni generali e comuni per la tutela della salute, per le politiche sociali e per la sicurezza alimentare
    c)    ordinamento scolastico; istruzione universitaria e programmazione strategica della ricerca scientifica e tecnologica
    d)    previdenza complementare e integrativa; tutela e sicurezza del lavoro; politiche attive del lavoro; disposizioni generali e comuni sull’istruzione e formazione professionale
    e)    disposizioni di principio sulle forme associative dei Comuni
    f)    al “coordinamento informativo statistico e informatico dei dati dell’amministrazione statale, regionale e locale”, già di competenza statale, si aggiunge quello “dei dati, dei processi e delle relative infrastrutture delle piattaforme informatiche”
    g)    ordinamento sportivo; disposizioni generali e comuni sulle attività culturali e sul turismo
    h)    ordinamento delle professioni e della comunicazione (qualunque cosa significhi)
    i)    disposizioni generali e comuni sul governo del territorio; sistema nazionale e coordinamento della protezione civile
    j)    produzione, trasporto e distribuzione nazionali dell’energia
    k)    infrastrutture strategiche e grandi reti di trasporto e di navigazione di interesse nazionale e relative norme di sicurezza; porti e aeroporti civili, di interesse nazionale e internazionale

2)  Su proposta del Governo, la legge dello Stato può intervenire in materie non riservate alla legislazione esclusiva quando lo richieda la tutela dell’unità giuridica o economica della Repubblica, ovvero la tutela dell’interesse nazionale

Si trovano infine nell’art.33 modifiche al 119 della Costituzione, che viene completamente riformulato (ma non vedo sostanziali differenze), nell’art. 35 (che modifica il 122) nuovi limiti (con legge dello stato) agli emolumenti degli organi elettivi regionali e nell’art.37 modifiche (trascurabili, legate alla modifica di ruolo e composizione del senato) all’elezione dei giudici costituzionali.
Seguono poi norme transitorie e disposizioni finali, che possiamo trascurare in quanto conseguenza diretta delle scelte di base.

COMMENTI
Per poter giudicare il provvedimento, provo a rispondere a cinque domande:
    1. Quali sono gli obiettivi che il disegno di legge si propone?
    2. Questi obiettivi sono condivisibili?
    3. In che misura vengono raggiunti?
    4. A quale costo?
    5. Ci sono altri obiettivi, non dichiarati?

Alla prima domanda risponde il “Titolo” del ddl: “Disposizioni per il superamento del bicameralismo paritario, la riduzione del numero dei parlamentari, il contenimento dei costi di funzionamento delle istituzioni, la soppressione del CNEL e la revisione del titolo V della parte II della Costituzione”.

Cominciamo dal primo: il superamento del bicameralismo paritario. In sé non è né positivo né negativo, quindi neppure condivisibile, se non nella misura in cui raggiunge altri obiettivi. La prima obiezione è sul meccanismo di selezione proposto per i senatori: la norma prevede (art.3) che “I seggi sono attribuiti in ragione dei voti espressi e della composizione di ciascun Consiglio”.  I due criteri non coincidono se non in caso di elezioni con sistema proporzionale puro, attualmente non previsto da nessuna legge elettorale regionale vigente, né viene specificato come ripartire i seggi da attribuire ai sindaci. Manca un criterio chiaro e univoco di selezione, non credo sarà facile chiarirlo per legge ordinaria.
Ammesso di riuscire a nominare il Senato, l’obiettivo attribuito alla riforma dai promotori del ddl è una maggior efficienza del processo legislativo. Un esame delle regole previste mostra, per le leggi ordinarie, due possibili scenari:
• Il senato cerca di partecipare al processo legislativo; in questo caso tutte le leggi dovranno passare l’esame delle due assemblee
• Il senato, conscio della sua sostanziale inutilità, rinuncerà ad intervenire nel processo legislativo normale
Nel primo caso, il processo potrebbe essere leggermente più veloce di oggi se la camera ignorerà sistematicamente eventuali modifiche proposte dal Senato e ribadirà la sua versione; ma se si considera anche che i consiglieri regionali, e a maggior ragione i sindaci, nuovi senatori, qualcosa avranno pure da fare anche nelle proprie sedi istituzionali, e non sarà facile trovare i tempi per le sedute del senato, la probabilità di uno snellimento diventa molto bassa.
Il secondo scenario ridurrebbe sicuramente i tempi di preparazione delle leggi, ma si perderebbe la sicurezza attualmente fornita dal doppio controllo indipendente: tanto varrebbe eliminare del tutto il Senato.

Collegata alla riforma del Senato dal comune obiettivo di una maggiore efficienza della funzione legislativa è la regola contenuta nell'art.12, che consentirebbe al governo di accelerare l’iter legislativo di progetti di legge ritenuti essenziali. Temo che, in mancanza di criteri oggettivi, verranno così definiti tutti i progetti legislativi proposti dal governo, che in pratica si attribuisce il potere di programmare i lavori della camera. Un governo che si premunisce contro la presunta malafede di una camera, pensando che agirà in contrasto agli interessi del paese non dà certo un bel segno di fiducia nella democrazia.

Il secondo obiettivo dichiarato è il contenimento del numero dei parlamentari: viene sicuramente raggiunto, ma a scapito dell’equilibrio delle due camere. Nelle deliberazioni in seduta comune, (elezione del Presidente dalla Repubblica) la maggioranza alla camera, garantita dall’attuale legge elettorale, si trasformerà facilmente in maggioranza anche dell’assemblea congiunta, rendendo pleonastica la partecipazione dei senatori. Si poteva più razionalmente raggiungere lo stesso obiettivo diminuendo proporzionalmente il numero di deputati e senatori.

Il terzo obiettivo è il contenimento dei costi di funzionamento; a parte la riduzione del numero di senatori (vedi quanto detto sopra), il risparmio verrebbe dall’abolizione dell’indennità di carica dei senatori stessi. Ora, è vero che per i senatori non è più prevista come diritto costituzionale l’indennità di carica; ma non è nemmeno esclusa. Non si può ragionevolmente pensare che senatori residenti in ogni regione si trasferiscano a Roma ogni volta che il senato si dovrà riunire a titolo gratuito.
Osservo poi che il costo diretto dei senatori nel 2014 (consultabile in rete, per chi vuole approfondire) costituiva l’8% circa delle spese del senato: eliminandolo, e supponendo che anche alcuni degli altri costi si riducano del 60%, è difficile ipotizzare un risparmio superiore al 20% dell’attuale bilancio, cioè allo 0.02% circa del bilancio dello stato.
Un risparmio analogo o anche superiore si sarebbe potuto ottenere diminuendo in misura proporzionale il numero dei membri di entrambe le camere, e intervenendo sul principio costituzionale che, attribuendo completa autonomia finanziaria alle due camere, permette il fiorire di costi accessori decisamente fuori da ogni confronto con la realtà economica del paese (i famosi barbieri di Montecitorio, ma sono solo la punta dell’iceberg); rimodulare gli emolumenti dei dipendenti e collaboratori del Senato (e Camera) applicando i parametri previsti per gli altri dipendenti statali di pari professionalità e impegno permetterebbe probabilmente di ottenere un risparmio superiore all’attuale intero ammontare delle indennità dei senatori.
L’accenno (art.35) a limiti agli emolumenti dei consiglieri regionali, parametrati a quelli dei Sindaci dei comuni capoluogo di regione, potrà essere tranquillamente ignorato aumentando gli emolumenti dei Sindaci...
Ricollegabile allo scopo del contenimento dei costi è l’abolizione delle province: mi sono perso qualcosa, credevo fossero già state abolite! Comunque se non si specifica chi dovrà assolvere le funzioni degli enti aboliti, il provvedimento resta una scatola vuota; dato poi che la spesa più importante (il personale e i costi collegati) non cambia attribuendone il coordinamento a Comuni, Regioni o Stato anziché alle province, credo che il risparmio conseguibile sia irrisorio. Personalmente credo fosse doveroso abolire (meglio: non istituire) le numerose “nuove” province, spesso di dimensioni ridicole, ma non certo province da un milione di abitanti, e che un livello intermedio amministrativo fra il Comune e la Regione resti necessario. Restano in vita le tutt’altro che economiche “province autonome” di Bolzano (in forza di trattati internazionali) e Trento (non si sa bene a che titolo).

Il quarto obiettivo è la soppressione del CNEL; non ho trovato spiegazioni che permettano di dare un valore positivo a questa proposta. Non viene specificato se e da chi verrebbero assunte le sue funzioni di indirizzo e consulenza (leggendo le norme transitorie sembra che attuali dipendenti e struttura verranno trasferiti alla corte dei conti; anche le competenze?). Non viene esplicitata la motivazione dell’abolizione di questo ente che, se consultato, poteva dare indicazioni preziose a parlamento e governo: se il problema è una sua asserita inefficienza, non si poteva migliorare e riformare? Quello che so è che il CNEL poteva dare pareri autorevoli in via preventiva; la corte dei conti, presunta erede, svolge una funzione preziosa ma a posteriori, quando magari il parlamento e il governo responsabili di una certa azione legislativa ed esecutiva non ci sono più.

Il quinto obiettivo dichiarato del ddl è la revisione del titolo V, cioè la ridefinizione delle competenze di Stato e Regioni. Premetto che personalmente trovo privi di senso pratico e fonte di perenne confusione i concetti di “legislazione concorrente” e di “sussidiarietà” che costituiscono la base dell’attuale formulazione del titolo V; ne vedrei con favore una riscrittura completa, in cui questi concetti scomparissero, anzi scomparisse proprio la facoltà legislativa delle Regioni (ma anche dei Comuni che, nel loro piccolo, emettono regolamenti che di fatto si sovrappongono alle leggi dello stato) e venissero definiti con chiarezza i compiti, a mio parere strettamente amministrativi, di tutti gli enti locali.
Ricordo, a parziale discolpa degli attuali riformatori, che l’attuale situazione è figlia di una riforma (2001) fumosa e priva di un chiaro indirizzo logico: concepita per tamponare la spinta autonomista (chissà perché chiamata federalista) della Lega Nord, cercava irreali compromessi e ottenne reali pasticci; il compito di mettere ordine non era certo facile.
Vengono riattribuite in esclusiva allo stato alcune funzioni che prima erano lasciate alla legislazione concorrente e alla “sussidiarietà” (ma senza toccare la gallina delle uova d’oro delle caste politiche locali, la sanità, che costituisce di gran lunga la voce più importante di bilancio delle regioni). In un capoverso finale (abbastanza mimetizzato) si decreta che “Su proposta del Governo, la legge dello Stato può intervenire in materie non riservate alla legislazione esclusiva quando lo richieda la tutela dell’unità giuridica o economica della Repubblica, ovvero la tutela dell’interesse nazionale”; senza criteri rigorosi di applicazione, questo capoverso apre la strada alla possibilità che lo stato legiferi come meglio crede in materie di teorica competenza regionale.
Anche più pericoloso è attribuire allo stato (in pratica, al governo) il potere non solo di legiferare ma di esercitare un potere esecutivo, scavalcando i poteri locali, in campi delicatissimi, come le infrastrutture strategiche (definizione vaga!), le grandi reti di trasporto, la produzione di energia, ma anche l’organizzazione informatica, dove il coordinamento “dei dati, dei processi e delle relative infrastrutture delle piattaforme informatiche” potrebbe imporre agli enti locali l’utilizzo di sistemi operativi (e a rigore, anche di hardware) scelti dal governo; altro sarebbe rivendicare una funzione di unificazione sulla definizione di interfacce standard di scambio dati, ma non è quello che viene proposto. Anche in questo caso, non vengono specificati in via preventiva criteri di applicazione stringenti e oggettivi.

Infine, il richiamo alla trasparenza (art. 27; non menzionato nel titolo del provvedimento) è tanto vago da essere completamente inutile, e del resto già neutralizzato nella nuova legge attualmente in corso di approvazione (Feb 2016), che lascia i funzionari liberi di decidere se e quali documenti concedere in visione, senza obbligo di motivazione, e li esime in ogni caso da provvedimenti punitivi in caso di evidente arbitrio (che comunque deve essere sancito per via giudiziaria)

Ognuno a questo punto può trarre le sue conclusioni.

P.S.   A chi interessa, la mia pagella:
•    un “4-“ per la riforma del Senato in sé, che appare al tempo stesso troppo timida (se davvero lo si considerava inutile, lo si poteva abolire) e, quanto a efficienza legislativa e risparmi, praticamente inutile; il voto diventa uno “0” tondo se considero l’interazione con l’Italicum, e quindi la possibilità che con un consenso del 20% (dei votanti, magari il 10% degli elettori) un partito domini completamente l’intero sistema legislativo e le cariche istituzionali.
•    Abolizione del CNEL: non ne capisco i motivi, mi pare un atto privo di senso: “2-“.
•    Riforma del titolo V: mi sembra una proposta decisamente limitativa dell’autonomia locale, che non contribuisce molto alla chiara definizione dei compiti di stato ed enti locali, preferendo ribadire qua e là la supremazia del primo in modi mal definiti; probabile fonte di innumerevoli contenziosi fra i poteri locali e quello statale: un “5-“ di incoraggiamento

Allegato: Disegno di legge




         
Firma della costituzione da parte di
Enrico de Nicola - 7 DIC 1947
  Copia originale della Gazzetta
Ufficiale del 7 dic 1947
  Manifestazione contro la modifica
della costituzione - 2011
 

 

 

 

 

 

 

 


 Dalmine, aprile 2016    fac/  -  scritto da ing. Alberto Palestra