Le conseguenze della cementificazione del territorio saranno drammatiche.

L’Italia è un paese meraviglioso ma ha una malattia molto grave: il consumo di territorio. Un cancro che avanza ogni giorno, al ritmo di quasi 250 mila ettari l’anno. Negli ultimi vent’anni il nostro paese ha cavalcato un’urbanizzazione allargata, rapida e violenta, seguendo modelli di sviluppo non improntati alle realtà territoriali ma solo al consumo del territorio. Una distruzione di massa del suolo che la classe politica non è in grado di arrestare. Lo vediamo tutti i giorni con i nostri occhi, ci sono dappertutto capannoni vuoti, appartamenti sfitti e doppie case in quantità, eppure si continua a costruire a ritmo forsennato; le periferie sono piene ovunque di gru e cantieri. La terra bergamasca non sfugge al contagio: sono stati urbanizzati una grande quantità di suolo agricolo, una quantità rilevantissima che tende alla saturazione, tutta concentrata nelle aree di pianura e nei grandi fondovalle con una progressiva saturazione degli spazi agricoli, il che vuol dire, che le bellissime zone pedemontane sono in via d'estinzione. Tecnicamente parliamo di ambiente in esaurimento, con costi economici e sociali che qualcuno dovrà pur pagare. Nel comune di Dalmine (23.000 ab) le cose non sono per niente diverse, negli ultimi anni sono stati concessi piani attuativi per circa 500.000 mc di nuove costruzioni. Ora è cambiata l’amministrazione ma non la musica e si continua per la strada già tracciata. Di sicuro queste amministrazioni passeranno alla storia non come costruttrici di case ma come distruttrici del territorio. Il colpo mortale verrà di sicuro dal nuovo PGT, ancora in fase di elaborazione e che ha registrato interesse solo per gli addetti ai lavori. Se le indiscrezioni sono esatte, sarà la continuazione del precedente, ora considerato sterile, mangia territorio PRG targato sinistra, ossia urbanizzazione a tutto campo, non sarà risparmiata nessuna zona, anche quella oltre la strada delle valli. Sarebbe invece auspicabile, come hanno già fatto diversi comuni, programmare un nuovo PGT “a crescita zero” ossia zero consumo di territorio, puntando a ristrutturare tutto il patrimonio esistente secondo i criteri del risparmio energetico, puntando su un’edilizia qualificata e assicurare un’abitazione a tutti, utilizzando le decine di appartamenti sfitti e invenduti. La scelta del risparmio del suolo, con l’adozione del principio ispiratore cosiddetto della “crescita zero”, si basa su un fondamento molto semplice: non è più sostenibile un modello di sviluppo che prevede il consumo sistematico del suolo, l’impoverimento delle risorse naturali, la progressiva e inesorabile urbanizzazione tra diverse città e paesi; non è più sostenibile il meccanismo che spinge le amministrazioni a utilizzare il territorio come risorsa per finanziare la spesa corrente, il territorio urbanizzabile sta per finire e bisogna pensare ad altre scelte che speriamo arrivino con il federalismo fiscale.

Dalmine, Aprile 2011
gianni facoetti